Due facce della stessa Sicilia patrimonio dell’umanità, due velocità completamente diverse. Da una parte Ragusa, capofila di un’operazione da 893mila euro che mette in rete sei città — Catania, Noto, Caltagirone, Modica, Scicli e la stessa Ragusa — dietro un unico brand, “La Via Tardo Barocca”, con sette nuovi visitor center multimediali, un portale digitale e una strategia di promozione internazionale che punta a fiere come il TTG di Rimini. Dall’altra Siracusa, sito UNESCO essa stessa dal 2005 con la Necropoli rupestre di Pantalica, dove la delega a Cultura e Turismo è da mesi nelle mani dirette del sindaco Francesco Italia, senza un assessore di riferimento.
Una delega “orfana” da mesi
Tutto nasce dalle dimissioni dell’ex assessore Fabio Granata. Da allora il sindaco ha scelto di gestire personalmente i due settori, ad interim, insieme ad altre deleghe pesanti come UNESCO, Università e PNRR. Una scelta che l’opposizione contesta apertamente: la consigliera Alessandra Barbone (Forza Italia) ha presentato un’interrogazione — in discussione in consiglio comunale il 3 agosto — per chiedere l’arrivo di una figura “autorevole” a guidare Cultura e Turismo, denunciando una gestione priva ormai di continuità e progettualità.
Nell’atto, Barbone richiama gli anni della gestione Granata: la riapertura di spazi museali come il Museo del Cinema, il rinnovato gemellaggio con Corinto, gli eventi in piazza Duomo, le iniziative per il ventennale dell’iscrizione UNESCO di Siracusa. Un patrimonio di relazioni e progetti che, secondo l’opposizione, rischia oggi di disperdersi: vengono citate la chiusura di alcuni musei civici, l’assenza di mostre, il rapporto indebolito con l’Università e le condizioni della Biblioteca centrale, che l’interrogazione definisce ormai priva di qualunque attività.
Il contrasto con il modello Ragusa
È proprio questo lo scarto che salta agli occhi. Mentre il capoluogo ibleo costruisce — con fondi ministeriali dedicati proprio ai comuni con patrimoni UNESCO — un ecosistema digitale e comunicativo pensato per parlare con una voce sola a turisti e cittadini, Siracusa non ha nemmeno un interlocutore politico stabile per il proprio sito UNESCO. Non è un dettaglio amministrativo: significa assenza di programmazione, difficoltà a intercettare bandi analoghi, rapporti istituzionali affidati alla disponibilità di tempo di un sindaco già oberato da altre deleghe strategiche.
La domanda che si pone naturale è se Siracusa e Pantalica — sito distinto ma altrettanto centrale nell’offerta UNESCO del sud-est siciliano — possano restare escluse da logiche di rete come quella avviata a Ragusa, o se esista la volontà politica di costruire, prima o poi, un percorso analogo.
Le domande che restano aperte
Al di là delle interpretazioni, ci sono elementi di fatto che meritano una risposta pubblica, a prescindere da chi la fornisca:
- Il Distretto Turistico Sud Est — che nel suo perimetro comprende, oltre al Val di Noto, anche il sito “Siracusa e Necropoli rupestre di Pantalica” — ha mai interpellato il Comune di Siracusa per un coordinamento più ampio in occasione di questo o di analoghi bandi ministeriali? E se sì, con quale esito?
- Il sindaco Italia, che detiene ad interim la delega a Cultura e Turismo dopo le dimissioni dell’ex assessore Granata, ha mai valutato la presentazione di un progetto analogo per la valorizzazione di Pantalica, magari sullo stesso avviso del Ministero del Turismo del 2022 che ha finanziato “La Via Tardo Barocca”? E se non lo ha fatto, perché?
- È solo una questione di tempistiche — un bando a cui Ragusa ha risposto e Siracusa no — oppure riflette l’assenza, ormai da mesi, di un interlocutore politico stabile su questi dossier a Palazzo Vermexio?
Sono domande che, in assenza di risposte nel breve termine — complice la pausa estiva delle amministrazioni — restano comunque legittime da porre pubblicamente: non accertano un torto, ma fotografano un’anomalia che il territorio ha il diritto di vedere chiarita.
IL COMMENTO
La vanità delle madri e la vanità delle figlie
C’è una lettura che i comunicati stampa non racconteranno mai, ed è quella che forse spiega meglio di ogni delega avocata o bando ministeriale il motivo per cui Siracusa e Ragusa continuano a muoversi su binari paralleli invece che su un binario comune.
Siracusa è la madre. Colonia corinzia fondata nell’VIII secolo a.C., per secoli la città più potente del Mediterraneo greco d’Occidente, capace di tenere testa a Atene e Cartagine. Da lì, nei secoli, si irradiò l’influenza greca sull’entroterra ibleo, l’area dove sarebbe poi cresciuta Ragusa — non per fondazione diretta, ma per una prossimità storica e culturale che ha reso l’area ragusana, a lungo, satellite dell’orbita siracusana. È una discendenza indiretta, più di sostanza che di atto fondativo, ma è quella che nutre ancora oggi l’immaginario di un rapporto sbilanciato: la grande e antica madre, e la figlia cresciuta all’ombra.

Ed è forse proprio in questo squilibrio percepito che si annida la vera posta in gioco. Ragusa, oggi, non ha alle spalle tremila anni di storia da esibire — ha però un dinamismo amministrativo, una capacità di intercettare fondi, di candidarsi capofila, di costruire reti, che Siracusa fatica a replicare. Non è un caso che sia stata Ragusa, e non Siracusa né Noto, a prendere la guida del progetto “La Via Tardo Barocca”: è la città che oggi si muove, mentre l’altra discute di deleghe vacanti.
Vista così, la vicenda della rete UNESCO non è (solo) una storia di scorrettezza istituzionale o di mancata consultazione. È il sintomo più recente di una rivalità che dura da millenni, in cui Siracusa si affida al prestigio della propria storia, convinta che basti l’essere stata la culla della civiltà greca in Sicilia per continuare a guidare il proprio destino, mentre Ragusa costruisce, bando dopo bando, il proprio peso specifico — quello che un tempo non aveva, e che oggi rivendica senza più remore.
Il rischio, per Siracusa, è che la vanità di sentirsi comunque “la madre” diventi l’alibi per non fare i conti con un presente in cui non basta più esserlo. E il rischio, per Ragusa, è che l’ambizione di non farsi sopraffare si traduca in un’occasione mancata di costruire, insieme, quel “peso da città metropolitana” che gli stessi sindaci Italia e Cassì avevano promesso, non troppo tempo fa, a Palazzo Vermexio.
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