Palermo. Separazione giudiziaria e diritti dei minori: otto anni di contenzioso e una bambina al centro di un caso controverso

di Redazione

Un esposto denuncia presunte irregolarità, ritardi e decisioni discutibili in un procedimento al Tribunale per i Minorenni di Palermo

Una vicenda che dura da oltre otto anni mette in luce i punti più fragili della giustizia Italiana, laddove il diritto dei minori dovrebbe avere la priorità assoluta. È la storia di una separazione giudiziaria che, tra ricorsi, rinvii e decisioni alquanto discutibili, ha trasformato un procedimento familiare in un labirinto in cui a pagare il prezzo più alto è stata una bambina di appena nove anni, privata non solo della propria infanzia, ma della consapevolezza di poter vivere il proprio percorso di crescita con l’amore di entrambi i genitori.

Secondo quanto emerso da un esposto presentato all’organo nazionale predisposto, la madre, dipendente nel pubblico impiego e appartenente a una famiglia economicamente agiata, avrebbe sfruttato non solo la propria disponibilità economica, ma anche relazioni di prestigio all’interno del tribunale dei Minori di Palermo. Un intreccio di amicizie e conoscenze che, a più riprese, avrebbe consentito di pilotare l’andamento del processo di separazione, spostando equilibri e responsabilità.

Per anni le inadempienze documentate durante il ricorso presentato come la mancata esecuzione dei provvedimenti, disattesa dei tempi di visita, ostacoli nei confronti al diritto della bigenitorialità come sancito nell’art. 337 ter cc, la manomissione di documenti, sarebbero state sistematicamente minimizzate o derubricate. Ogni segnalazione si è persa in un dedalo di atti mai presi in seria considerazione, con conseguenze pesantissime. La minore, di fatto, è stata completamente esclusa dalla vita del padre e dall’intero contesto familiare paterno. Ad aggravare la vicenda, gli incontri svolti. Solo 32 in 8 anni.

Il diritto della bambina a mantenere rapporti equilibrati con entrambe le figure genitoriali, garantito anche dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia, è rimasto lettera morta.

Un sistema ben collaudato da profili illustri e professionisti del settore come Curatori Speciali, Medici Forensi e Assistenti Sociali che ha permesso alla donna di poter usufruire di agevolazioni senza mezze misure e di poter adottare i propri illeciti in totale serenità. Analoghi i casi inerenti il 16 Luglio 2019, dove l’udienza presidenziale ha limitato di fatto la responsabilità genitoriale dell’uomo solo dal labiale racconto dei fatti della donna o il 7 Febbraio 2023, dove un’udienza dibattimentale non conforme ai patti stabiliti è stata inspiegabilmente ripetuta con un esito diametralmente opposto e il 27 Maggio 2025 dopo un incontro congiunto con la donna in un ente pubblico coinvolto per la risoluzione del problema e collaborazione, l’uomo ha trovato l’auto vandalizzata ed un biglietto contenente minacce di morte.

Dal canto suo, l’uomo impegnato nella tutela dei diritti del minore, oltre ad essere stato ospite in una note trasmissione della tv nazionale, ha commentato: “Questi casi sono devastanti perché tradiscono la funzione stessa del tribunale e non proteggono l’interesse superiore del minore. Quando le decisioni vengono influenzate da logiche esterne, si distrugge non solo un rapporto familiare ma anche la fiducia nella giustizia”.

Oggi la bambina, privata immotivatamente dall’amore di uno dei due genitori, è la testimonianza vivente di una sconfitta pesante per il diritto di famiglia e di un sistema che ha bisogno di una “sana” ricostruzione.

La vicenda non è ancora conclusa e di recente, Assistenti Sociali, Curatore Speciali e Medici Forensi incaricati nella vicenda, in unanimità, non hanno perso occasione di “manipolare” ,ancora una volta, la realtà dei fatti e rendersi attori protagonisti dell’ennesimo scempio che per ben otto anni ha distrutto la vita di una bambina di nove anni e la possibilità di poter crescere anche con la figura paterna.

18 Dicembre 2025 | 09:19
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