Ucciso perché antifascista e omosessuale il grande Federico Garcia Lorca

di Aldo Formosa

Nato il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros vicino Granada in Spagna, Federico Garcia Lorca sin da giovanissimo manifestò una intensa vitalità spirituale dedicandosi alla poesia, alla pittura, alla musica.
Le sue aspirazioni evolutive lo portano nel 1919 a Madrid dove conosce e frequenta assiduamente personalità dell’arte e della cultura come il poeta Rafael Alberti, il pittore Salvador Dalì, il regista Luis Bunuel.
Nel 1927 pubblica “Canciones” e nel 1928 “Romancero gitano” con cui si inserisce nel movimento letterario per il rinnovamento della letteratura spagnola.
Ma la sua omosessualità è causa di problematiche circostanze che incidono sulla sua esistenza.
Tuttavia, dopo un primo breve periodo di depressione, non rallenta la propria attività creativa, intraprendendo anche viaggi che lo portano non solo in varie città, ma anche nelle campagne iberiche dove per i contadini recita le opere di insigni autori.
Prosegue intanto la sua propensione per la scrittura teatrale, e nel 1936 porta a termine la stesura di “La casa di Bernarda Alba”.
Non vedrà mai rappresentata la sua nuova tragedia, perché l’importante dittatura punisce il suo antifascismo arrestandolo e quindi, per mano degli assassini della Guardia civile franchista, segretamente fucilandolo senza processo.
Una sommaria elencazione delle sue opere più significative vede: “Impressioni e Paesaggi” (1919), la tragicommedia “Don Cristobal y la Sena Rosita” (1922), “Canciones” (1927), “Romancero gitano” (1928), “Bodas de sangre” (1932), “Yerma” (1934), “Donna Rosita nubile” (1935), “Lamento per Ignacio Sanchez Mejias” (1935), “La casa di Bernarda Alba” (1936).
Di Federico Garcia Lorca, autentico caposaldo della poesia e del teatro del secolo scorso, è stato scritto molto per illustrarne ed analizzarne validità letteraria e preziosità dei contenuti stilistici.
Fra l’altro è stato annotato dal critico Giuseppe Isgrò che “Bodas de sangre” è una avventura ardita e controcorrente, con cui Federico Garcia Lorca si propose di scrivere una tragedia moderna, perché riteneva che appunto la tragedia fosse la radice più profonda del Teatro.
Molto popolare divenne in Italia, ed anche qui a Siracusa, il suo “Lamento in morte di Ignazio”, come venne correntemente titolata l’ode in memoria del torero Mejias, che fu incisa su un 45 giri dalla Fonit Cetra e recitata da un incomparabile Arnoldo Foà.
Per noi giovanottini di allora quel “Alle cinque della sera” divenne una sorta di vademecum a simboleggiare non solo la nostra sete di conoscenza letteraria ben oltre gli schematismi scolastici, ma anche una sorta di “appartenenza” ad un gruppo che, capeggiato da Gioacchino Lentini, ci apriva le porte di una poesia nuova e illuminante, e di una cultura che approdava fino all’ermetismo di Quasimodo e Ungheretti.
Era il nostro modo rivoluzionario di “andare oltre”, di sentirci partecipi dei nuovi fermenti, di sognare un futuro ricco di evoluzione.
Federico Garcia Lorca è stato per noi una sorta di “profeta” che ci additava orizzonti luminosi, e trovò per i nostri entusiasmi dei seguaci e degli estimatori.
Va accreditato certamente al fervore culturale di Gioacchino Lentini l’avere valorizzato tra di noi l’opera e la validità letteraria di Federico Garcia Lorca, oltre alle altre numerosi occasioni teatrali che Lentini abitualmente realizzava grazie ad una acclarata e coinvolgente creatività.
Anche in questo senso, ancora oggi, dopo la sua prematura scomparsa, avvertiamo il vuoto incolmabile della sua trascinante personalità che ha lasciato un segno profondo nella storia culturale della nostra città.

Pubblica su Facebook