Scoperte e riscoperte storiche dall’arrivo di Paolo Orsi

di Vittorio Belfiore

Quando il giovane Paolo Orsi, nel 1888, dai monti del lontano Trentino, con una salda preparazione scientifica, conseguita prima a Rovereto, sua città natale, e poi Padova, Vienna e alla regia scuola italiana di archeologia, giunse come assistente di Cavallari, e succedendogli pochi anni dopo alla direzione del museo di Siracusa, con la sua imperterrita e solitaria ricerca, accolse e approfondì i primitivi rapporti fra la Sicilia e Creta, i più remoti contatti tra il fiero popolo dei sicani e la progredita e brillante civiltà dell’isola dell’Egeo nella morente età del bronzo. Le più antiche vicende della Sicilia erano allora conosciute quali la leggenda di Dedalo che, tenuto prigioniero a Creta per aver rivelato ad Arianna lo stratagemma del filo, e dalla stessa suggerito per amore a Teseo affinchè non si perdesse tra i meandri del labirinto dopo aver ucciso il Minotauro, il mostro metà toro e metà uomo.
Teseo aveva sedotto Arianna, figlia del re Minosse, per poi abbandonarla e ritornare ad Atene. La morte del Minotauro poneva fine al trattato di pace stipulato tra Minosse e Atene, che imponeva il sacrificio di giovani ateniesi come pasto per il feroce mostro. Minosse, adirato, fece chiudere Dedalo nel carcere dalle mille celle e dai vorticosi corridoi che lo stesso architetto aveva progettato. Il carcere era la giusta punizione per Dedalo che si era anche macchiato di aver progettato e costruito la vacca di legno, dentro la quale la lussuriosa Pasife, moglie del re, era entrata per farsi fecondare dal toro bianco e partorire una chimera: il feroce Minotauro, frutto dell’innaturale rapporto, dal corpo umano e dalla testa di toro, rinchiuso dopo la nascita nel labirinto.
Dedalo, durante la prigionia, costruì delle ali con penne e cera, creando un ingegnoso marchingegno aereonautico che gli permise con il figlio Icaro di alzarsi in volo e fuggire da Creta.
Durante la trasvolata, Dedalo volò radente al suolo fermandosi spesso a immergere le ali in mare per raffreddarle, invece, Icaro volò in alto tanto da avvicinarsi al Sole il cui calore sciolse le ali di cera e lo fece precipitare in mare annegando. Raggiunta la Sicilia, Dedalo si presentò alla corte di re Kòkalos, si stabilì in Camico, intrecciò una storia con una delle figlie del re, e disegnò il piano urbanistico della città dandole un aspetto tipico dell’architettura greca, costruì opere meccaniche, svelando anche ai sicani il concetto di labirinto: un’intuizione esoterica che rappresenta il cammino dell’uomo, lungo e difficile, verso la verità e la luce della conoscenza, vale a dire della continua ricerca di libertà ed elevazione spirituale da parte degli uomini: principio che già nell’antichità era espresso nelle decorazioni di vasi e ceramiche attraverso il simbolo della spirale, strettamente connesso con il divenire della vita, alternanza di nascita e morte, ma anche resurrezione.
Minosse, re di Creta, nel XIII secolo a.C., giunse con la sua flotta nell’isola e chiese a Kòkalos la consegna di Dedalo. Ma Kòkalos ingannò Minosse invitandolo a una festa, e li, con l’aiuto delle figlie, lo uccise mentre faceva il bagno nelle acque bollenti termali.
Le spoglie del sovrano cretese furono tumulate in quella che poi si chiamò Eraclea Minoa. Il potente esercito di Minosse, per vendicare la morte del loro re, mosse guerra a Sicani senza avere alcun esito; una frangia del manipolo fondò un Tempio alle due dee, le così dette Meteres, a Engyon, località identificata con Gangi o Nicosia, il grosso dell’esercito, invece, ritornò a Creta.
I sicani, dediti all’agricoltura e alla pastorizia, furono i primi che svilupparono la cerealicoltura coltivando il frumento su un territorio che ben si prestava per il suo clima temperato caldo. Il ciclo del grano e la sua mietitura rappresentò il primo germinare di modalità rituali. Il grano, molto richiesto dai mercanti micenei, costituì per i sicani una lucrosa merce di scambio. In Sicilia i sicani cremavano i loro defunti posti su cataste di legno.
Il rinvenimento di bicchieri campaniformi in Sicilia, confermò la diffusione in tutta Europa della cultura della penisola Iberica.

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