Quando il Siracusa, in divisa sociale, fu scambiato con la nazionale italiana

Come cambiano i tempi! Andate oggi a parlare dei trascorsi fra rossoblù casertani e azzurri siracusani e i lettori, specialmente i più giovani. salteranno il paragrafo andando in cerca solo delle notizie dell’ultima ora. Ma qualche episodio di questi trascorsi va pur ricordato nella speranza che chi lo legge, lo possa tramandare. Erano i primi anni ’60 e la Casertana, insieme all’Avellino e, naturalmente, al Napoli, rappresentava la sponda ideale per incontri di cartello. E proprio in occasione di un Casertana-Siracusa, giocata al “Pinto” e finita in parità a reti inviolate, il cronista non trovò di meglio che parlare dello stile della squadra ospite, colta in visita alla Reggia di Caserta. Era accaduto che Matteo Sgarlata, presidente del sodalizio azzurro, quell’anno aveva voluto fare le cose in grande. Ed oltre ad allestire una buona squadra, come gli capitava spesso, in collaborazione col negozio di abbigliamento di Michele Italia, in via Maestranza, rappresentante della FACIS, l’aveva dotata di divise sociali (giacca azzurra in jersey, pantaloni in flanella grigia, cravatta azzurra sulla camicia bianca, e scarpe nere). Scontata l’ammirazione di chi vedeva la squadra sfilare per le vie dei centri in cui si svolgevano le trasferte. Ma in quell’occasione gli azzurri erano stati gratificati anche di una visita alla Reggia, gentilmente offerta da tre sportivi siracusani residenti nel casertano (Aliffi, Giannone e Bottaro). All’uscita, una volta effettuata la visita, con ancora negli occhi gli affreschi della Sala di Alessandro il Grande, della Sala del Trono, della Camera da letto di Francesco II, dell’incantevole scenario del Parco Reale con le fonti di Diana, di Eolo e di Cerere, la comitiva del Siracusa, incontrò un gruppo di turisti tedeschi che scambiandola, come fu chiarito solo successivamente, addirittura con la nazionale italiana, fu letteralmente assalita con richieste di foto e di autografi. E quando il dottor Pulvirenti, in un pessimo tedesco, riuscì finalmente a spiegare l’equivoco, scoppiò lo stesso un fragoroso applauso che annichilì gli esterefatti custodi, abituati ai religiosi silenzi del sontuoso edificio reale, simbolo di una città di grandi tradizioni storiche, artistiche e musicali. Sport e cultura allora andavano d’accordo. Oggi un po’ meno.
A.G.

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