Malinconia di sinistra:  un bel saggio dello storico Enzo Traverso

di Roberto Fai

Una “cultura politica” può essere esplorata, analizzata in molti modi, da diverse angolazioni. Se ne possono cogliere i limiti, le potenzialità, le aporie, le opportunità inespresse, i carsici risultati ed anche i fallimenti. Ve ne è una, in particolare, che si presta ad essere sviscerata lungo le trame della sua storia complessa, facendo affiorare quella che appare una sua costante: una sorta di “tradizione nascosta” che, prima ancora che rinviare a una dimensione teorica o categoriale, o alle modalità della sua stessa “prassi”, sembra essere racchiusa in una singolare “stimmung” (“tonalità emotiva”), che ne ha scandito e ne scandisce in permanenza – di questa cultura politica – le sue vicende sociali: meglio, le sue vicissitudini storico-politiche, fatte prevalentemente di utopie naufragate, di battaglie perse, illusioni sgretolate, ripiegamenti strategici, “sinistri” fallimenti.
Ed è a partire da questa prospettiva, da questo assunto che lo storico Enzo Traverso – tra i maggiori studiosi della storia intellettuale dell'Europa contemporanea – ha provato a scandagliare ed esplorare la “cultura di sinistra”, declinando nei termini di una Malinconia di sinistra (proprio così, il titolo di un suo recentissimo saggio filosofico-politico, da poco edito da Feltrinelli) quell’insieme di «sentimento, stato d’animo, impasto d’emozioni» che, di là dalle idee filosofico-politiche e dai concetti, è venuto condensando la particolare consistenza ontologica di quei «movimenti che nel corso della storia, si sono battuti per cambiare la società mettendo il principio di eguaglianza al centro dei loro progetti e delle loro lotte»: si capisce subito che stiamo parlando della “cultura di sinistra”.
Questo particolare sentimento – la malinconia – è la tradizione nascosta che attraversa e accompagna, da sempre, tra Otto e Novecento, dai suoi albori “fondativi” iniziali di «critica dell’economia politica» alle sue più alte, esoteriche ed anche visionarie vette filosofico-teologiche – da Karl Marx a Walter Benjamin, per intenderci –, «l’arcipelago della sinistra», e tale tradizione, come un prisma emotivo, si rifrange e si è rifranto dentro le tappe e i percorsi che hanno scandito le controverse e tragiche vicende politiche della sinistra europea ed occidentale, sino a proiettarsi nelle trasposizioni politiche e in quei movimenti di lotta rivoluzionaria (da Che Guevara alla rivoluzione cubana, alla Cina di Mao, al Vietnam, alle lotte post-coloniali), per fare di nuovo capolino, come un boomerang, in Occidente, creando e rinnovando stagioni “mitiche” e rimandi ideologici, attraverso quei movimenti di contestazione e lotta di movimenti e partiti politici – si pensi al ’68 nordamericano ed europeo – che, potremmo dire, giunge al suo apice ed anche crepuscolo tra la fine degli anni ’70 e i primissimi anni ’80 del ‘900, scandendo e rappresentando il vasto e variegato mondo della sinistra politica. E’ arcinoto che lungo la costellazione di tali molteplici eventi si sia così venuta condensando la memoria dell’articolato movimento di emancipazione della sinistra europea lungo oltre centocinquanta anni di lotte politico-sociali, giungendo così ai nostri tempi così smarriti e inquieti del XXI secolo.
Memoria che, come un cristallo, ha racchiuso in sé l’accumulo di esperienze maturate attraverso lotte politico-sociali ed ha saputo e potuto corroborarsi di volta in volta di quella particolare stimmung – consistente nella particolare “tonalità malinconica” di cui s’è detto – che ha agito, hegelianamente, come una singolare talpa emotiva in grado di consentire la necessaria “elaborazione del lutto” per le sconfitte subite, trasvalutando in tal modo i ripiegamenti, i passi indietro, le occasioni mancate e le battaglie perdute, non come un mero specchio da cui osservare nostalgicamente le ferite di un itinerario definitivamente concluso e di un morto e pur portante passato, bensì come “luoghi di condensazione”, da cui poter ridisegnare certamente anche una diversa prospettiva teorica, i caratteri della prassi strategica, dal momento che a parlare sono rimasti quei “vinti” della storia, il cui sguardo e la cui immagine sono in grado di proiettare la necessità e le condizioni di un riscatto attraverso l’insorgenza e la rielaborazione di un nuovo inizio e una inedita azione strategico-politica: per riattivare il passato e trasformare il presente. E’ come se il bel saggio di Enzo Traverso – in cui sono suggestive le pagine attraverso cui la ricostruzione storica si accompagna alla riproposizione parallela di immagini iconiche, filmiche, letterarie, pittoriche del Novecento politico – giungesse puntuale, nell’ora della «sua piena leggibilità», vale a dire, riuscisse a costituire, a condensare – forse, non solo per la sinistra, ma in ogni caso ancor di più per la sinistra politica – una sorta di ontologia dell’attualità, dal momento che, dopo l’89 e nel pieno dispiegarsi dell’epoca globale, la dimensione temporale, più che aprirsi a inedite condizioni di futuro, sembrerebbe schiacciare la contemporaneità dentro un “presentismo” senza speranza, in un presente schiacciato nella morsa di un’inquietante incertezza e afasia collettiva. Non solo, ma dentro l’orbita destinale dell’attuale intreccio inestricabile – l’attuale “rete” del mondo unificato –, ancora più drammaticamente dopo la crisi del lungo decennio 2007/2016 (crisi certamente molto più intensa di quella del 1929, e da cui non si intravvedono spazi di una seria fuoruscita), lo scenario globale sembra avvitato in una sorta di weberiana “gabbia d’acciaio”, dentro cui le diseguaglianze, le povertà, le ingiustizie lambiscono e sprofondano, oltre che i soliti “dannati della terra” – per rievocare la plastica definizione di Frantz Fanon –, estese fasce del ceto medio di popolazioni del mondo occidentale. Ed è per questa ragione che la lettura del bel saggio di Enzo Traverso – sgombrato il campo dalla pretesa o dall’illusione che da esso possa baluginare qualche chance operativa per la prassi politica – costituisce piuttosto un buon viatico in cui la memoria sul passato storico può costituire lievito ideale per agire politicamente nel presente.

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