L’Isab nel filone d’inchiesta «Caso Siracusa», i dirigenti:  «Non abbiamo ceduto ai ricatti»

di Giuseppe Bianca

Nel «Caso Siracusa» sono confluiti nella Procura di Messina diversi filoni d’inchiesta su dossier e depistaggi, come quello relativo alla nomina dei consulenti della Procura per l’incendio all’impianto 500 di Isab Sud a Priolo. Nell’inchiesta risultano indagati l’ex pm Giancarlo Longo, gli avvocati Giuseppe Calafiore e Piero Amara e il suo collaboratore Sebastiano Miano, accusati di induzione indebita in concorso.
L’indagine riguardante l’Isab Sud risale al 18 febbraio 2015 quando gip del tribunale di Messina ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti del professore della facoltà di ingegneria di Catania, Alberto Geraci, ritenendolo indiziato del reato di influenza indebita. Il consulente tecnico fu nominato dalla Procura di Siracusa come componente del collegio consulenti tecnici, allo scopo di accertare le cause di un evento incidentale accaduto in data 26 febbraio 2014 in raffineria. A seguito di un’indagine, svolta dai Carabinieri di Siracusa, denominata “Stige” si è scoperta la responsabilità dell’ex professore Geraci che avrebbe esercitato pressioni nei confronti del vice direttore generale dell’Isab di Priolo, Bruno Martino. Nello specifico il perito furbone aveva avvicinato i vertici dell’azienda, proponendogli spudoratamente di nominare suoi favoriti, in modo da ottenere una perizia favorevole che avrebbe impedito il fermo dello stabilimento.
Secondo quanto rilevato dalla procura peloritana, l’obiettivo era quello di indurre l’azienda a fare nominare l’avv. Giuseppe Calafiore quale difensore dell’ente e che quest’ultimo si avvalesse come consulente di parte di un suo uomo di fiducia.
Il prof. Alberto Geraci, in qualità di componente del collegio dei consulenti dell’accusa, era stato incaricato dal pm Roberto Campisi di accertare le cause e il punto d’innesco dell’esplosione che si era verificata all’impianto 500 dello stabilimento Isab Sud.
Dall’esame degli atti del fascicolo emerge che il primo marzo 2014 il consulente di parte dell’azienda ha chiesto il dissequestro di parte dell’impianto. Il giorno successivo, il consulente Alberto Geraci esprimeva agli altri due componenti del collegio dei consulenti della Procura perplessità sull’istanza dell’Isab.
Nel dispositivo della Procura di Messina si evince: «La ritrosia all’accoglimento dell’istanza - scrive il gip Vermiglio – era dovuta a interessi diversi da quelli tecnici dal momento che il consulente di parte dell’azienda, Sebastiano Spampinato (…) riferiva di essere stato contattato dal Geraci il quale, presentatosi come “uomo di fiducia della Procura”, gli aveva prospettato la risoluzione in tempi rapidi degli accertamenti, purché l’Isab avesse acconsentito a 3 condizioni e cioè la revoca del legale già nominato, alla nomina dell’avv. Calafiore, alla scelta come consulente di parte dell’ing. Petitto». Sentito dalla Procura di Messina, il 30 maggio 2015, il consulente ha chiamato in correità sia l’avv. Piero Amara sia il pm Giancarlo Longo. In particolare, il prof. Geraci ha riferito che il nominativo di Calafiore gli era stato segnalato dall’avv. Amara, conosciuto a Gela da difensore dell’Eni. «La nomina del Calafiore – scrive il gip della Procura di Messina – sarebbe stata imposta perché il predetto era vicino a uno dei sostituti della Procura di Siracusa e segnatamente al sostituto Longo, il quale era in grado di “assegnare i lavori in un certo senso”».
Lo stesso consulente ha ammesso che il suo interesse per la nomina dell’avv. Calafiore era quello di fare un favore ad Amara perché a sua volta era vicino all’ex pm Longo che poi gli avrebbe conferito ulteriori incarichi.
Il prof. Geraci avrebbe dovuto essere sentito nell’ambito del nuovo procedimento penale, ma prima dell’audizione, è venuto a mancare. In assenza di riscontri alle dichiarazioni accusatorie il 15 giugno 2016 l’ufficio della Procura di Messina ha separato la posizione di Longo avanzando nei suoi confronti richiesta di archiviazione, accolta dal giudice della cautela 5 giorni dopo.
A seguito dei nuovi elementi investigativi, raccolti dai carabinieri del nucleo investigativo di Siracusa, emersi nel procedimento sfociato lunedì con le 15 misure cautelari, la Procura di Messina ha ottenuto la riapertura delle indagini, nelle quali, oltre a quelle del magistrato, confluivano le posizioni di Amara, Calafiore e Sebastiano Miano. «Dalla lettura del verbale di conferimento dell'incarico a Cammarata, Verace e Geraci nell'ambito del procedimento relativo all'incendio alla raffineria, risulta che il mandato era stato affidato ai predetti consulenti in data 28 febbraio 2014 e che al conferimento aveva partecipato anche il Longo, nonostante al predetto non fosse stato coassegnato dal Procuratore il fascicolo di cui in origine era titolare soltanto il sostituto Campisi». Sentito a sommarie informazioni, il pm Andrea Palmieri riferì che Longo aveva espressamente chiesto al procuratore Giordano la coassegnazione di quel fascicolo motivandolo con la volontà di ampliare il proprio bagaglio professionale. Per il Gip Vermiglio sembra evidente che «Longo avesse sin dall’inizio un particolare interesse per le vicende della raffineria tanto dal partecipare ad un atto, il conferimento dell'incarico, senza avere alcun titolo che lo legittimasse a presenziare».
L’etica di prestare particolare attenzione alle politiche che riguardano la responsabilità di lavoro nei quadri dirigenziali di Isab viene evidenziata dal vicedirettore generale alle Risorse umane ed alle Relazioni esterne di Isab, Claudio Geraci: «Sul tema specifico nel 2014 accadde un evento accidentale all’impianto 500. Fu nominato un pool di periti da parte del tribunale di Siracusa e nel corso delle attività di indagine uno di questi periti ci ha chiaramente detto che se noi avessimo nominato un avvocato particolare suggerito e se avessimo praticamente revocato l’incarico ai nostri legali favorendo in tal modo la nomina di certi consulenti sia tecnici che legali ci sarebbe stato concesso magicamente il dissequestro dell’impianto, ottenendo quindi il ritorno alla funzionalità di quest’ultimo.
«Chiaramente per noi questa è stata una cosa inaccettabile e intollerabile – prosegue l’ing. Claudio Geraci - perché non potevamo assolutamente accettare il principio che venisse estorto questo tipo di comportamento e perché abbiamo sempre ritenuto che ISAB, la quale impronta la sua attività di impresa al rispetto delle norme tecniche e giuridiche del settore, non avesse nulla da temere in un regolare procedimento. Così non abbiamo esitato a denunciare questa condotta criminale, questa azione, alla Procura attraverso una denuncia che è stata inoltrata dal vice direttore generale e direttore operazioni ing. Bruno Martino il quale ha denunciato il comportamento scorretto del perito del collegio nominato dalla Procura. L’Isab non ha accettato il ricatto, non ha accettato l’estorsione e questo anche malgrado la situazione di particolare gravità nella quale in quel momento si operava. E’ chiaro che quell’impianto necessitava di essere dissequestrato in tempi più rapidi – afferma l’ing. Geraci - per permettere le attività di manutenzione e farlo ripartire, quindi malgrado il danno evidente che questa cosa avrebbe potuto provocare, abbiamo preferito denunciare questo comportamento, non sottostare al ricatto e abbiamo raccolto le prove per presentare una denuncia circostanziata sul modus operandi del perito, prof. Alberto Geraci, alla Procura. Sono vicende che per discrezione – conclude il vicedirettore generale alle Risorse umane ed alle Relazioni esterne di Isab, Claudio Geraci - non vengono pubblicizzate ma che testimoniano un comportamento da parte dell’azienda eticamente inappuntabile dove magari qualcun altro, almeno come risulta dalle intercettazioni, e dalle indagini, ha fatto scelte molto diverse».

Pubblica su Facebook