Il Cga alla Soprintendenza contesta «incoerenza» e accoglie il ricorso Spero

di Salvatore Maiorca

Finalmente qualcosa si muove per i porti turistici. Ma è soltanto un primo passo, che riguarda il progetto della Spero. Dopo decenni di attese e rinvii e immotivati cambiamenti di parere della Soprintendenza. Il Cga (Consiglio di giustizia amministrativa) ha accolto il ricorso della Spero ed ha contestato la Soprintendenza di essere “incoerente”. In particolare il Cga ha contestato alla Soprintendenza di aver espresso parere positivo per il progetto preliminare mentre in sede di esame di quello definitivo tutti gli enti attorno al tavolo confermavano il precedente ok tranne la Soprintendenza, che stravolgeva quanto detto in passato e rendeva impossibile la realizzazione dell’opera.
In pratica la Soprintendenza ha ripetuto il comportamento che aveva tenuto prima per il progetto “Marina di Archimede” del gruppo Caltagirone Bellavista. Addirittura in quel caso, dopo tutti i pareri favorevoli, compreso quello della Soprintendenza stessa, anche in sede definitiva, dopo la firma del contratto di servizio tra l’azienda e il Comune, i lavori erano già iniziati. Ma vennero bloccati per il ripensamento della Soprintendenza. In quel caso peraltro per imposizione del nuovo direttore regionale di settore. Tutto bloccato dunque. Poi sopraggiunse la crisi del gruppo Caltagirone. E tutto finì a puttane. Ora è rimasto il cantiere abbandonato in bella mostra alla radice del molo Sant’Antonio: il molo di attracco delle navi da crociera.
Un bel biglietto da visita davvero! Grazie alla pubblica amministrazione di questa Regione che giustamente Pietrangelo Buttafuoco definisce “la fogna del potere”.
In questo caso invece la Spero, sana e decisa, ha tenuto duro. E il Cga le ha dato ragione, contestando l’incoerenza della Soprintendenza e invitandola a rivedere il proprio comportamento: la Soprintendenza dovrà pronunciarsi definitivamente spiegando perché inizialmente aveva dato il via libera al progetto e successivamente ha cambiato idea.
A quasi dieci anni dalla presentazione della prima istanza, il porto turistico della Spero deve ancora aspettare l’incoerenza di un ente che, già prima del Piano paesaggistico, ha vissuto e vive secondo le decisioni e le visioni dei soprintendenti che si succedono nel tempo.
Era infatti il 15 luglio 2008 quando la società Spero presentò l’istanza di concessione demaniale marittima per la costruzione e gestione di un approdo turistico nel Porto Grande, a ponente del molo Sant’Antonio. Nel 2009 c’è l’ok in Conferenza dei servizi, e il 19 aprile 2011 viene depositato il progetto definitivo. Dopo aver ottenuto il parere positivo per il progetto preliminare, a gennaio del 2012, in sede di esame di quello definitivo, gli enti attorno al tavolo confermano il precedente ok tranne la Soprintendenza, che chiede integrazioni, modifiche e prescrizioni dettagliate stravolgendo di fatto quanto detto in passato e rendendo impossibile, secondo la società concessionaria, realizzare l’intera opera.
La Spero pensava che l’approvazione del progetto preliminare in conferenza dei servizi e l’adeguamento del progetto definitivo alle prescrizioni poste dalla Soprintendenza determinassero l’approvazione del progetto: in pratica la cosa più naturale di questo mondo. E invece no: le integrazioni e le modifiche sono state ritenute dalla società “incomprensibili e contraddittorie e radicalmente diverse da quelle già impartite in sede di esame del progetto preliminare, nel non dichiarato intento di impedire la realizzazione del progetto proposto”. Tutte le prescrizioni, dettagliatamente riportate nel ricorso, impartite dalla Sovrintendenza in sede di esame del progetto definitivo, sarebbero in contrasto con il parere già espresso in sede di valutazione del progetto preliminare e “comunque illogiche ed esorbitanti rispetto ai limiti delle sue competenze – è l’accusa di Spero – e assolutamente generiche”.
Il lungo procedimento amministrativo, incardinato e fermatosi a causa della Soprintendenza, portò l’azienda a chiedere 200 milioni di euro di risarcimento danni.
L’assessorato regionale ai Beni Culturali si costituì in giudizio, con l’intervento di Legambiente, spiegando che le richieste migliorative della Soprintendenza sarebbero state, oltre che legittime, anche doverose, poiché solo dall’esame del progetto definitivo sarebbe emersa la reale intenzione della società di realizzare a terra un villaggio turistico con alberghi, piscine, parcheggi multipiano e altro, nonostante la valenza storico-archeologica e paesaggistica dell’area. In contrasto con il Piano paesaggistico. Che però è stato annullato di recente.
I giudici del Cga, entrando nel merito della vicenda, hanno evidenziato come la posizione della Soprintendenza debba “accompagnare l’approfondirsi delle attività progettuali del privato sviluppandosi in modo coerente e motivato, proprio all’insegna dei canoni di gradualità e proporzionalità richiamati dalla stessa Avvocatura dello Stato – si legge nella sentenza. – In particolare il pronunciamento reso sul progetto preliminare non può essere relegato nella sfera dell’irrilevante, con la conseguenza di lasciare la Soprintendenza totalmente libera da limiti e immune da condizionamenti logici nelle sue successive espressioni, in sede di vaglio dei livelli progettuali più evoluti, sugli elementi già una prima volta favorevolmente valutati. Tale primo pronunciamento infatti costituisce pur sempre il primo stadio dell’esercizio del potere di apprezzamento di cui la Soprintendenza dispone rispetto alla fattispecie concreta. Se esso quindi non impegnasse l’ufficio, quanto meno sul piano della coerenza comportamentale, finirebbe svuotata di senso la ragione stessa dell’essere il secondo pronunciamento, chiamato a esprimersi sin dalla progettazione preliminare degli interventi sottoposti alla sua valutazione”. I giudici amministrativi ritengono quindi che le prese di posizione dei tecnici della Soprintendenza devono avere sviluppi coerenti, quindi con un progetto più dettagliato non può essere totalmente rimodulato il parere contraddicendo il precedente.
A maggior ragione avendo in seguito rinunciato all’annullamento in autotutela del parere già reso anni prima. E così i giudici amministrativi d’appello richiamano la Soprintendenza ricordando che se è vero che la legge le permette di esprimersi di nuovo sulla stessa iniziativa, tuttavia non la esime “dall’attenersi a un metro di coerenza logica rispetto al precedente apprezzamento, e quindi dal giustificare e motivare persuasivamente i propri ripensamenti”.
“La Soprintendenza – si legge infine nella sentenza – dovrà pertanto nuovamente esprimersi sul progetto definitivo, dando motivato conto delle ragioni giustificative delle singole divergenze (sotto qualsiasi aspetto) che essa riterrà di confermare, rispetto alle posizioni anteriormente assunte sugli elementi tecnici dell’iniziativa. Ferma restando, naturalmente, l’indeclinabile necessità, imposta dalla legge, di assicurare comunque una proporzionata strumentalità degli interventi previsti rispetto alla nautica da diporto e, di riflesso, alla fruizione diretta del mare”. Resta da stabilire ancora se la Spero abbia subito un danno ingiusto. Ma la richiesta di risarcimento non è stata esaminata. Per ora.

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