Gaetano Arezzo della Targia un Eroe di casa nostra

Gaetano Arezzo era nato il 30 luglio 1911 a Siracusa da nobile famiglia ab antiqno investita della baronia della Targia.
Era cresciuto, con la sorella Anna e i fratelli minori Nicola e Carlo, nel palazzotto avito, dalle sobrie linee, proprio di fronte alla Matrice, tra la via in discesa che portava “ai carciri vecchi” e il breve ronco, pieno degli effluvi diffusi dal biscottificio Lo Bello, che lo divideva dalla mole barocca del palazzo Beneventano del Bosco.
Crebbe sotto la rigida guida della madre la cui austriaca disciplina, a stento però, riusciva a contenere l’esuberanza dei ragazzi.
Gaetano, o meglio Bubi, come confidenzialmente era chiamato da amici e conoscenti, frequentò il liceo ginnasio Gargallo, distinguendosi in più anni, come risulta dagli annuari di quella scuola, “per merito e condotta” e, ottenuto il diploma di maturità, entrò nel 1928 nella Regia Accademia Navale di Livorno dalla quale uscì nel 1933 come Ufficiale di Stato Maggiore della Marina.
L’amico Pippo Conforto, ora a Bastia Umbra, decano dell’Ordine Forense di Perugia, a suo tempo Ufficiale Commissario della Marina, mi ha scritto ricordando Bubi (continuerò a chiamarlo col nome che affettivamente gli davamo anche noi più giovani) come “ragazzo vivacissimo, legato alla sua cumacca di cui era il capo e più portato alle biricchinate dei picciotti di Ortigia delle cui imprese notturne faceva le spese qualche lampione tra piazza Duomo e la Fontana”.
Continua l’amico Conforto: “assieme a Beniamino Siliato, Ciccio Giudice, Augusto Di Pasquale, ero stato compagno di scuola alla terza elementare, maestro Vincenzo Politi, alla Spirduta, del fratello minore di Bubi, Carlo, (il secondo, Nicola, era nolo come Nik, formidabile nuotatore e primo in tutte le gare della marina), e di aver incontrato, con sorpresa, Carlo, tipico scanzonato ragazzo siracusano, dalla incredibile ‘erre’ arrotalissima, per cui tutti lo chiamavamo ‘Carru’, nel 1941-42 a Tripoli, che indossava la divisa di sottocapo furiere della Marina, destinato a terra. Bubi, invece, che alla morte del padre aveva ereditato il titolo baronale (ma sono certo non se ne sia mai fregiato), nel periodo in cui ero a Taranto, nel 1940, Sottotenente Commissario, lo incontravo alla Mensa del Circolo Marina e quando andava a giuocare al bigliardo con i suoi colleghi T.V.”.
Stralcio dalla documentazione ufficiale gli episodi più significativi del breve, purtroppo, ma intenso arco della vita del Nostro.
Non sembri strano se negli episodi che saranno illustrali appariranno come protagoniste le unità navali: esse sono, è ovvio, un tutt’uno inscindibile dagli equipaggi che imbarcano e che, a loro volta, accomunano in unità di intenti e destino ufficiali e marinai che li compongono.
Bubi, raggiunto il grado di Tenente di Vascello, imbarca nel gennaio 1942 sul sommergibile Medusa 2° che, dopo le prime operazioni belliche in Mediterraneo, era stato, dal gennaio dell’anno precedente, destinato alla Scuola Sommergibili di Pola.
Nel pomeriggio del 30 gennaio il Medusa, navigando in emersione, al rientro da una esercitazione nelle acque del Quarnaro, fu scoperto dal sommergibile britannico Thorn, che aveva risalito l’Adriatico senza essere individuato, e fu colpito da uno dei quattro siluri lanciatigli contro, nei pressi di Capo Promonlore.
All’impatto e allo scoppio dell’arma, che asportava quasi di netto la torretta, dei selle uomini, compreso il Comandante CC Enrico Bertarelli, che stavano in plancia e furono sbalzati in mare, ne sopravvissero soltanto due, il T.V. della Targia, gravemente ferito, e il G.M. Firpo, illeso sol perché (come in un recente incontro mi ha raccontato il Comandante Guido Morassutti, amico dei Corsi Preliminari Navali e ora architetto a Trieste), appena avvistata la scia del siluro, si era lascialo scivolare fuori bordo prima dell’esplosione, mentre il “battello” (così, per consuetudine, la Marina chiama i sommergibili) rapidamente affondava col resto dell’equipaggio, posandosi sul fondo a circa 25 metri.
I tentativi per il recupero dell’unità, prontamente attivati da Pola, raccolsero, portandoli in salvo, i due ufficiali ancora in vita ma non ebbero altro successo perché, quando già il battello era stato raggiunto e agganciato con una manichetta d’aria e con uri cavo telefonico, le condizioni del mare, improvvisamente montato e fattosi sempre più grosso, strapparono i collegamenti già effettuati, che non poterono più esser ripristinati, e impedirono ogni altro soccorso.
Il Comandante Morassutti, anch’egli alla Scuola di Pola in quei giorni, seppe che a Bubi, dopo il lungo ricovero ospedaliere richiesto dalle innumeri lesioni riportale nell’affondamento (“non aveva più un osso sano”), era stato impedito rimbarco sui sommergibili, che però egli riuscì ad ottenere - come dice anche Conforto - “per sua deliberatissima volontà”.
Ritroviamo così Bubi, dopo la battaglia di Pantelleria di mezzo giugno 1942, al comando del sommergibile Uarsciek (al varo e per brevissimo tempo erroneamente denominalo Uarsheik, unità della classe Adua, meglio conosciuta come Africana dai nomi che i suoi battelli portavano, alla quale apparteneva anche il sommergibile Scirè divenuto assai nolo per le gloriose imprese dei mezzi d’assalto, dei quali era il vettore, a Gibilterra e Alessandria).
Poche immagini ci sono rimaste dell’Uarsciek, la prima delle quali è di un giorno lieto, il 19 settembre 1937, quello del varo a Taranto: il battello è pronto sulla scala, con ancora dipinta a prora il nome errato; ha a bordo le maestranze del cantiere ed è attorniato dalla folla che assiste festante alla sua discesa in quel mare che solcherà per cinque anni. Dislocato alla Maddalena, l’Uarsciek ne esce il 4 agosto 1942 per raggiungere il 7 la sua zona di agguato tra le Baleari, a sud di Formentera, e la crosta algerina, ove il giorno 10 viene messa in allarme da Maricosom, il Comando Sommergibili, per il passaggio di un convoglio che, peraltro, il battello aveva già rilevato con le apparecchiature idrofoniche di bordo.
A questo punto è forse più interessante rivivere gli avvenimenti attraverso brani stralciali dalla relazione di missione scritta da Bubi; poche frasi concise, nello stile stringalo dei rapporti ufficiali, parole asciutte, essenziali, dalle quali, se ben considerate, si evince tutta la drammaticità, densa di pericoli, delle navigazioni di guerra, la trepidazione dell’attesa del fragore degli scoppi dei siluri lanciati, segno che l’attacco è andato a buon fine, l’ansia, stando in immersione, evitando ogni rumore, per la caccia prolungala subita con le scariche delle bombe dì profondità e, non ultimo, per quando riguarda il Comandante, il peso enorme della responsabilità della assunzione delle azioni effettuate che avrebbero potuto concludersi con un felice disimpegno o, per contro, con un destino irreparabile per il battello e tutti i suoi uomini.
Scrive Bubi:
11-08-1942 ore 04.00 - In emersione a lento moto per non lasciare scie troppo evidenti... la visibilità scarsa fa prevedere un avvistamento a distanza ravvicinata.
ore 04.38 - La vedetta di prora a sinistra, Asp. GM Florio, segnala una sagoma scura per 340°-50°. Riconosco immediatamente la sagoma di una portaerei... intanto mi viene segnalata una corazzata... e poco più a dritta un’altra unità minore... ordino al timonieri di venire pur 190° e dò l’angolazione ai siluri.
Ore 04.42 - Dò il fuori ai tubi 3-4... la scia dei siluri è visibilissima... Poiché la nave da battaglia dista non più di 8-900 metri decido di immergermi prima di aver lanciato il siluro da 450, volendo inviare a tutti i costi il segnale di scoperta... Appena giunto in camera di manovra odo due esplosioni cupe, separate da un intervallo brevissimo. Sono passati 50 secondi dal fuori.
ore 04.47 - Si sente la prima scarica di bombe a.s. violentissima. Deve trattarsi di un grappolo molto nutrito. I Ct sono ancora certamente fuori dal grosso della formazione... Rimango a quota 80 mentre sento agli idrofoni l’azione dei caccia. Il grosso intanto si è fermato.
ore 04.55 - Si sente un’altra scarica violentissima.
ore 04.57 - Ancora una scarica; quest’ultima è certamente molto vicina e provoca qualche lieve danno facendomi scendere a quota 96.
ore 05.04 - Continua la caccia. Le esplosioni sono sempre violentissime.
ore 05.10 - Ancora una scarica violenta. Ho l’impressione però che sia più lontana dalle precedenti. La portaerei è ancora ferma mentre i Ct si sentono a scafo.
ore 05,33 - La portaerei rimette in moto.
ore 05.58 - La sento in allontanamento per 53°.
ore 06.56 - Gli idrofoni non sentono più la portaerei.
I Ct continuano invece a passarci sopra, sono nettamente percepibili a scafo, si fermano e poi rimettono in moto.
ore 09.37 - Le sorgenti si allontanano in direzioni varie.
ore 09.39 - Emergo per lanciare il segnale di scoperta, e siluramento.
ore 10.32 - Mi immergo in seguito ad avvistamento di un aereo...
Ritengo di non essere stato avvistato, ma decido... di abbandonare temporaneamente la zona e portarmi sotto formentera.
Fin qui Bubi.
Il segnale di scoperta lanciato dall’Uarsciek mette in movimento tutto il sistema offensivo italiano che porterà a quella complessa operazione che nella storia navale del secondo conflitto mondiale va sotto il nome di “battaglia di mezz’agosto”, della quale l’episodio dell’Uarsciek era stato il preludio.
Il Bollettino del Comando Supremo delle nostre Forze Armate n. 809, emanato in data 14.08.42, riporta: ... La portaerei colpita il giorno 11 dal sommergibile “Uarsciek” è rientrata in avaria a Gibilterra ed è la “Furious”.
Tuttavia dalla ricostruzione storica postbellica degli eventi si apprese che la portaerei non era stata colpita, il che naturalmente nulla toglie all’ardimento del nostro battello.
L’Uarsciek passa i tre giorni successivi alternando emersioni ad immersioni, subendo avvistamenti da aerei e non sempre evitandone la caccia, talvolta portatagli anche da unità di superficie richiamate in zona dagli aerei, con incessanti lanci di bombe, oltre dieci, che gli provocano pochi danni ma una notevole e ineliminabile perdita di nafta, visibilissima in mare, che facilita la scoperta del battello che inizia la manovra di rientro in relativa sicurezza solo alle ore 18.40 del 14 e si ormeggia alle 08.20 del 17 agosto alla Maddalena.
A Bubi, con determinazione del 14 novembre 1942 (R.D. 17 dicembre 1942) viene conferita la Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
“Comandante di sommergibile di elevate capacità professionali, partecipava con sereno ardimento e indomito spirito aggressivo alla battaglia di mezz’agosto, attaccando decisamente un numeroso convoglio nemico potentemente scortato da forze navali ed aeree.
Col tempestivo lancio di siluri, infliggeva sicure perdite alla formazione avversaria, provocando l’affondamento e il siluramento di unità da guerra e mercantili.
Dimostrava nell’ardua brillante azione elette virtù militari e tenace volontà di vittoria.” (Mediterraneo Centrale, 15 agosto 1942).
Successivamente il sommergibile viene trasferito ad Augusta da dove, nel ciclo di contrasto alle operazioni di sbarco degli anglo-americani in Africa Settentrionale, compie numerose missioni di trasporto munizioni a Tobruk per complessive 19 tonnellate, dopo le quali, nel pomeriggio dell’11 dicembre, lascia di nuovo Augusta per quella che sarà la sua ultima missione di agguato a sud di Malta.
Di essa, è ovvio, non abbiamo nessun rapporto scritto da Bubi ma la ricostruzione dei fatti, con le testimonianze dei superstiti, ci ha lasciato detto che nulla avvenne di rilevante fino alle 13.00 del 15 dicembre quando l’Uarsciek avvistò un incrociatore e tre caccia nemici contro i quali andò all’attacco.
Il Comandante Morassutti, già sopra citato, mi diceva che anche il suo battello era nella stessa zona di agguato, aveva avvistato le stesse unità contro cui aveva lanciato, purtroppo senza esito positivo, una coppiola di siluri che però, essendo elettrici e non lasciando scie visibili, gli avevano permesso di non essere individuato, evitandogli di subire la caccia avversaria.
L’Uarsciek invece, rimanendo in superficie, lancia due siluri, ode una esplosione, segno che probabilmente una delle due armi è andata a segno, mentre inizia la manovra di immersione che, per il mancato funzionamento, non avviene, e i colpi nemici provocano gravi danni allo scafo.
Bubi allora prese a sparare col cannoncino di prua finchè fu possibile, e come ultimo scampo, dà allora l’ordine di autoaffondamento ma viene quasi contemporaneamente ucciso da un colpo che, come racconta Morassutti, quasi lo decapita.
Nella confusione creatasi a bordo per la morte del Comandante e del secondo, la manovra già iniziata si arresta per cause imprecisate e rende possibile al cacciatorpediniere inglese Petard e al greco Vassilissa Olga di prendere a rimorchio il battello e salvarne i superstiti.
L’Uarsciek però, quasi avesse la volontà di non rimanere preda del nemico, mentre l’equipaggio lo sta abbandonando, riprende il processo di autoaffondamento, strappa il cavo dopo undici ore di rimorchio e, puntando al cielo per l’ultima volta la prora, si inabissa definitivamente con i suoi 18 morti a bordo.
Al Comandante Arezzo, con Decreto Presidenziale 18 dicembre 1951 viene concessa una seconda Medaglia d’Argento “alla memoria”, con la seguente motivazione: “Valente comandante di sommergibile nel corso di ardua missione di guerra, avvistata nottetempo una formazione navale avversaria, muoveva in superficie arditamente all’attacco. Nonostante il sommergibile fosse stato scoperto, riusciva con abile manovra a silurare un incrociatore avversario. Sottoposto a violenta caccia da parte di tre siluranti nemiche, nella impossibilità di resistere a lungo in immersione per i notevoli danni riportati, emergeva nell’intento di affrontare in superficie le preponderanti forze avversarie.
Nell’arduo tentativo, mentre raggiungeva il proprio posto di combattimento in torretta, cadeva colpito a morte da raffica nemica.” (Mar Mediterraneo, 15 dicembre 1942).
Nella Cappella della Accademia Navale, sulle pareti laterali si fronteggiano due grandi lapidi marmoree. Nella prima, a destra, è riprodotta la planimetria del bacino del Mediterraneo dove sono segnati, nei luoghi degli affondamenti, le date e i nomi delle nostre unità perdute. Tra esse l’Uarsciek, subito sotto Malta, corrispondentemente al punto lat. 35° 03 N., long. 14°22 E. Il nome di Bubi, assieme a quello del suo secondo S.T.V. Dapiran Remigio, compare nella lapide della parete di sinistra nella quale, in ordine, cronologico, sono elencati, sotto il nominativo di ogni nave perduta, quelli degli ufficiali scomparsi con esse.
Il contiguo Sacrario conserva le targhe che gli ufficiali reduci di ogni Corso uscito da quella Scuola hanno apposto per i loro Caduti. Proprio di Ironie alla porta d’ingresso c’è quella del Corso 1928-1933 il cui elenco di ben ventuno Caduti, riportali in ordine alfabetico, si apre con il nome di Gaetano Arezzo della Targia.

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